La musica classica non va ascoltata con un paio di cuffie comprate al supermercato. Soprattutto se si tratta di cuffie rosse. Questo lo so. Questo lo sapevi anche tu quando io facevo finta di nulla e ascoltavo, mi riempivo le orecchie di quella musica così perfetta eppure così grezza, resa quasi fastidiosa dall’inefficienza di quelle cuffie rosse.
Ti guardavo far scivolare il vino bianco tra le pareti del bicchiere, ti guardavo e tu mi sorridevi. E il rumore di fondo degli strumenti a riposo… io mi dedicavo anima e corpo a quel rumore di fondo. Il violoncellista stava fermo, non aveva alcuna nota da suonare mentre i violini strillavano acuti e alti sopra la partitura. Ma io sentivo il violoncellista; sentivo la sua lingua passare delicatamente sulle labbra, la sua fronte inumidirsi, le sue dita sgranchirsi. Sentivo tutto, di lui. Quando cominciava a suonare le sue note, io passavo a un altro musicista muto.
Questo accadeva mentre tu mi parlavi di un tappeto. Lo volevi scuro, spesso, quasi un piccolo materasso. Io ti sognavo sdraiata su quel tappeto, ti vedevo lì sopra con la gonna rannicchiata sul tuo grembo e le calze pronte per essere sfilate, afferrate e lanciate lontano.
Poi ho capito che stavo sentendo tutto con le cuffie rosse del supermercato, che stavo vedendo tutto attraverso un vetro animato; che ti avrei avuta, sì, ma sarebbe durato troppo poco. Persino per me.